Una corte d’appello inglese impone a Google di eliminare i commenti ritenuti diffamatori entro cinque giorni dalla notifica. Decisioni che investono la libertà di espressione rischiano dunque di essere ridotte alle scelte di un privato. Intanto le analisi sulla strategia in Rete del parte del Movimento 5 Stelle rivelano un utilizzo del mezzo “vecchio di dodici anni”

A chi spetta decidere se i commenti di Blogspot sono diffamatori? A Google stessa. O, almeno, è quanto ha sentenziato alla metà di febbraio una corte d’appello Regno Unito. I giudici, in prima battuta, hanno ribadito il fatto che BigG non può essere ritenuta responsabile per eventuali reati diffamatori commessi tramite i commenti sui blog della sua piattaforma, in quanto la sua posizione è molto distante da quella di un editore ed è invece paragonabile, parole del giudice, a quella di uno “sfortunato proprietario di un muro che viene riempito di brutti graffiti”.

E fin qui tutto bene. Se non fosse che la sentenza continua dicendo che lo scenario cambia quando il “proprietario del muro” viene informato della presenza dei “graffiti”. In quel caso, deve attivarsi prima possibile per rimuoverli. Fuor di metafora, nel caso specifico che vedeva un politico conservatore locale imbufalito per alcuni che lo dipingevano gratuitamente come uno spacciatore, il giudice ha deciso che cinque settimane dall’arrivo della segnalazione da parte di chi si sente diffamato sono un tempo abbastanza lungo per permettere a Google di valutare la possibilità di eliminare i commenti stessi.

Un’impostazione che rimette dunque ad un’azienda la decisione sul limitare o no la libertà d’espressione di un utente a fronte di un possibile reato. Insomma, anziché passare al vaglio della magistratura, saranno i “giudici” di una “corte interna” a Mountain View a decidere sulla vita o sulla morte delle esternazioni su Blogspot. Sapendo che rischiano di essere portati in tribunale sia quando eliminano, perché l’autore del commento può sentirsi danneggiato se ritiene di non aver diffamato nessuno, sia quando non eliminano.

Cinque Stelle a bassa tecnologia

Intanto Serena Danna sul Corriere della Sera analizza l’utilizzo che di Internet fa il Movimento 5 Stelle confermando il paradosso che vede i grillini impegnati su piattaforme di blogging vecchie di dodici anni, strumenti chiusi e comunicazioni centripete che sembrano ignorare l’interazione con gli altri utenti al di fuori del loro recinto; paradossale se si pensa che le reti sociali vivono soprattutto di conversazioni.

Una curiosa antitesi balzata già all’occhio semplicemente guardando la lista dei parlamentari grillini su Twitter segnalata giorni fa da Wired e ora, purtroppo, diventata irraggiungibile: lo scarsissimo utilizzo dei cinguettii da parte di chi delle reti sociali online ha fatto la quinta colonna del Movimento. Il “partito dei MeetUp” twitta in pratica quasi esclusivamente dal profilo del leader.  Pochi i profili che raggiungo i 200 follower e le poche decine di tweet. Una dinamica che nelle settimane post elettorali ha visto una leggera inversione di tendenza soprattutto per chi è finito al centro dell’attenzione, come i nuovi capigruppo di Camera e Senato Vito Crimi e Roberta Lombardi.

Ora, proprio come nelle camere parlamentari, i grillini non possono più astenersi dall’apertura verso ciò che è “altro” rispetto al Movimento.

Fonti: Corriere della Sera IlPost, Stefano Quintarelli, TheGuardian, DailyMail, FocusJunior, Chihauccisobotticelli