Open Data Day, ovvero la terza manifestazione mondiale sugli Open Data. Un evento che ha collegato gli Usa con il Giappone, il Brasile con la Nuova Zelanda, passando per quest’anno, e per la prima volta, anche in Italia

Sicuramente non avrà avuto lo stesso share del comizio a 5 stelle svoltosi a Piazza San Giovanni lo scorso venerdì, ma dal punto di vista dei contenuti è stato un evento a dir poco significativo. All’Archivio Centrale dello Stato si è tenuto l’evento principale del primo Open Data Day italiano, con l’obiettivo di celebrare e nondimeno, diffondere la cultura dei dati aperti, o se vogliamo della liberazione dei dati.

Riportare le best practices, condividere le migliori esperienze e avviando al tempo stesso un’indagine sull’uso degli Open Data per tracciare le future mete da raggiungere: ecco i punti salienti della giornata in terra capitolina, che per larghi tratti, insieme agli altri eventi dislocati nelle diverse città, ha attratto più attenzioni , o meglio più “tweet” rispetto al “silenzio elettorale”.

Prima di tutto, i dati

Ciò che emerge dalle prime battute sul rilascio di Open Data è la carenza da parte delle amministrazioni centrali; ad esclusione dell’Istat infatti, gli enti statali sono ancora troppo restii a liberare i propri dati. Ugo Bonelli ci dà qualche numero per rendere l’idea che, dal punto di vista quantitativo, il movimento degli Open Data deve ancora investire pienamente tutto lo stivale: l’80% dei dati rilasciati proviene da 12 enti, mentre il 98% di dataset è stato liberato in 8 Regioni, con un conseguente (immotivato) immobilismo delle altre Regioni. Un ulteriore testimonianza insomma, di quanto tracciato dalla mappatura della Settimana della trasparenza.

Ha senso parlare di utilità del dato?

In base  ad un’indagine avviata in questi giorni, è emerso che in Italia c’è una maggiore voglia di vedere aperti i dati relativi all’economia e alla spesa pubblica; vi è insomma, la voglia di controllare i flussi di denaro pubblico, anche e soprattutto, per contrastare le ruberie all’ordine del giorno di questo o quel partito. Molto richiesti, anche i dati relativi ai beni culturali ed al turismo. Ma effettivamente, non esistono dati utili o inutili. L’utilità proviene dagli utilizzatori, da chi usufruisce le informazioni. Il dato acquisisce nuova linfa con l’interazione. Solo fino a quando non vi è pubblicazione non si può parlare di utilità.

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Quali amministratori vanno d’accordo con gli Open Data?

Esistono gli amministratori “conservatori”, ovvero coloro i quali non intendono rilasciare dati in formato aperto, così come quelli a cui non interessa semplicemente gli open data. Ci sono gli amministratori “timorosi”, quelli che “si vediamo, non so, non ne sono sicuro…”. Coloro che vogliono pubblicare tutto a tutti i costi, gli “entusiasti”, che finiscono anch’essi per cadere in errore: non è che si può pubblicare proprio tutto, ricordiamo che esistono anche una buona dose di dati sensibili. Gli amministratori che meglio sposano la causa, sono i “consapevoli”: consapevoli dell’enormi potenzialità insite nelle informazioni pubbliche, ma che adottano al tempo stesso, strategie efficaci di diffusione.

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I dati come nuovo petrolio

Quale “padrone di casa” non poteva mancare l’iniziativa dell’Archivio Centrale dello Stato, che ha messo in luce come i Linked Open Data costituiscano un’enorme potenzialità per i beni culturali. Partecipando al “web of data” è possibile contestualizzare i dati storici, pubblicandoli sul web, stimolando la partecipazione e la condivisione delle risorse in modo da interagire con i dati e aumentare il valore aggiunto di questi documenti che, senza questi mezzi, continuerebbero ad accumulare polvere nei rispettivi cassetti-armadietti. Idem dicasi per l’archeologia: grazie ai LOD si potrà tutelare meglio il patrimonio culturale, gestendo al meglio le risorse che si hanno sul territorio e le informazioni turistico-culturali.

Le migliori esperienze

Menzione speciale infine, per le esperienze presentate e pubblicizzate al pubblico. Anzitutto le nuove iniziative di Senato e Camera, che inizieranno a liberare dataset relativi a senatori e deputati, le rispettive iniziative di legge. Aperiam, Statmanagernet, Parkopedia, i finanziamenti all’innovazione della Regione Lazio, e altri progetti vari presentati da una “Rete delle imprese”, che a breve vedranno partire ulteriori corsi di formazione, workshop, showcase per far decollare e proliferare le startup operanti nel settore.

Eh già: non dimentichiamoci che il tutto è finalizzato a rendere i nostri governanti più trasparenti, più aperti alla collaborazione. E probabilmente, acquisirà nuova linfa anche la nostra – tanto bistrattata – democrazia.

Foto: Pionero.it