Dati aperti (open data)

La liberazione dei dati custoditi nei server della Pubblica amministrazione è un’occasione di sviluppo non solo sociale e democratico, ma anche economico, per il Paese. È con questa convinzione che Agorà Digitale lotta per l’affermazione dell’Open Data nel contesto italiano dai primi giorni della sua nascita. Dal 2010 l’associazione si è subito contraddistinta per le mobilitazioni in materia di trasparenza. Un fronte che ha visto i membri di Agorà Digitale impegnati, oltre che in campagne sul Web come “Parlamento Wikileaks”, “Open Camera”, “Open Senato” e “Anagrafe Pubblica Patrimoniale”, nella stesura di disegni di legge, nell’organizzazione di eventi che coinvolgessero tutti gli attori in gioco e nella messa a punto di progetti di formazione come la scuola di Open Data. Il tutto, passando per “medaglie” come la legge approvata dal consiglio della Regione Lazio nel maggio 2012.

Un impegno che sembra ogni giorno più attuale. Gli scandali che ormai ciclicamente coinvolgono il sistema politico e la galassia degli amministratori della Penisola contribuiscono a scoperchiare il vaso di Pandora dei fiumi di denaro che sono a disposizione degli enti locali in un regime di quasi totale autogestione delle spese. La luce in fondo al tunnel dello sperpero di denaro pubblico di chiama, appunto, Open Data. Ed è per questo che l’associazione sta lavorando ad un progetto che mira a rivoluzionare il rapporto tra il cittadino, la Pubblica amministrazione e il denaro che dal primo passa alla seconda.

Il contesto italiano

In Italia, al momento, la situazione è caratterizzata da un forte deficit di trasparenza, e sono poche le informazioni sulla spesa rese disponibili in modalità open, e risulta difficile per i cittadini italiani controllare le attività del governo rispetto alla gestione delle risorse pubbliche.

Tuttavia, questa realtà sembra destinata a mutare molto presto. Sotto la spinta di organizzazioni e addetti ai lavori, che negli anni si sono riuniti in un vero e proprio movimento per la trasparenza, finalmente il governo italiano e molte amministrazioni stanno cominciando a liberare in grande quantità dati che fino a qualche anno fa erano inaccessibili. Basti pensare a portali come dati.piemonte.it, che libera il database della regione, o le 43 amministrazioni passate ai raggi x da dati.gov.it. A questi esempi di affiancano progetti maggiormente coordinati come quello di OpenCoesione, OpenPolis e LinkedOpendata. Anche diversi comuni, tra i quali Roma e Milano, hanno imboccato, per quanto timidamente, la strada della liberazione dei dati.

E non appare casuale la centralità che il discorso sull’open data riveste nelle iniziative di politici come il sindaco di Firenze Matteo Renzi e il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti. Un quadro ulteriormente rinforzato da un decreto targato Mario Monti del 1 gennaio scorso, il quale obbliga tutte le Pubbliche amministrazioni a pubblicare su Internet le spese che superano i 1000 euro.

L’antidoto alla “casta”

Non può sfuggire in tal senso il legame tra la disponibilità di dati liberati e una nuova forma di giornalismo che proprio su essi si basa. L’apripista ed emblema delle inchieste sulle spese di politica ed istituzioni è il libro “La casta”, dei giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Mettendo nero su bianco le imponenti uscite che lo Stato sopporta per alimentare il sistema della politica italiana, il libro ha finito per coniare un nuovo modo di chiamare il sistema stesso con un’accezione che ne mette in luce la tendenza a sperperare il denaro pubblico. Ma il lavoro di Rizzo e Stella è datato 2007, quando ancora il concetto di open data era davvero confinato ad una ristretta schiera di addetti ai lavori. Facile domandarsi con ottimismo: e quando i dati delle spese della pubblica amministrazione saranno disponibili a chiunque in pochi click, quanti giornalisti potranno produrre in totale libertà e con spese contenute le loro inchieste e sollevare il velo sulle numerose sacche di sprechi della Pubblica amministrazione?

Ma è su un più ampio approccio di partecipazione democratica che la liberazione dei dati avrebbe importanti ricadute. Sfruttare le nuove tecnologie digitali per liberare i dati custoditi dalla Pubblica amministrazione significa permettere ai cittadini di prendere parte al processo decisionale per renderlo più aperto, più democratico e più efficiente dal punto di vista economico. L’open data non è dunque solo un esercizio di trasparenza fine a se stesso, ma una reale occasione di sviluppo per il Paese, dei suoi servizi e del suo sistema di spesa. La maggior parte delle persone è disposta ad impegnare una piccola quantità del proprio tempo e denaro per una causa comune; aggregando tutte queste micro-potenzialità, si può costruire una grossa forza democratica. I movimenti e le comunità che hanno preso vita in questi anni stringendosi attorno a mobilitazioni, campagne e iniziative testimoniano la concretezza di questo scenario, dalle conquiste ottenute su specifiche issues fino ai recenti esempi di forze politiche nate sulle reti digitali.

Un esempio di come questa dinamica potrebbe tradursi nella realtà può chiarire meglio il concetto: i famosi “quattro amici al bar che volgiono cambiare” il mondo possono ritrovarsi, anziché davanti al bancone, intorno a un pc connesso ad Internet, controllare quanto l’amministrazione del proprio paese intende spendere per una cerimonia al centro del paese e quanto si investe in opere pubbliche, proporre un progetto più economico per la prima voce e mettere così da parte un gruzzoletto utile a riparare i tombini della strada principale, che si allaga ormai ad ogni pioggia.

Facile no? Almeno quanto connettersi alla Rete dei dati liberati. Stay tuned, la rivoluzione è dietro l’angolo…