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Il punto della situazione sul software libero in Italia

Un'intervista-chiacchierata con il nostro prof. Antonio Cantaro dell'Istituto Majorana, baluardo della diffusione del software libero, sulla situazione attuale del FOSS (Free and Open Source Software). Uno spunto di riflessione prima di abbandonarsi al solleone.

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Con i suoi 500 milioni di utenti attuali, e la previsione di raggiungerne un miliardo nei prossimi anni, Facebook ha creato una esperienza sociale di dimensioni mai viste dagli utenti del Web. Sempre al centro del dibattito per la sua politica sul trattamento dei dati personali, si tratta ormai della piattaforma sociale di fatto, che avrà un impatto enorme sul futuro della Rete. Un colosso anche dal punto di vista commerciale, considerando che l’enorme numero di utenti e le informazioni che questi inseriscono hanno garantito ricavi per 800 milioni nell’ultimo anno.

Il software libero ha bisogno di scelte "radicali"


Eppur si muove. Nell'immobilismo tecnologico italiano i radicali, con la collaborazione di Agorà Digitale e l'Associazione Software Libero, hanno presentato il 29 maggio scorso un emendamento alla finanziaria affinchè le Pubbliche Amministrazioni investano in software libero.

In un Paese dove progetti per la diffusione del FOSS (Free Open Source Software) vengono addirittura premiati dal Ministero dello sviluppo economico, ma con un misero prestampato e nemmeno una stretta di mano, va da sè che bisogna fare le leggi per attuare ciò che in Francia viene applicato grazie al semplice buon senso.

 
Come se al di qua delle Alpi ci si possa permettere di spendere denaro pubblico in costose licenze closed-software. Perchè poi OpenOffice, libero, gratuito e Open Source non sia nemmeno preso in considerazione come alternativa a suite commerciali è un dato quasi antropologico troppo facilmente spiegabile con la pigrizia.
 
L'emendamento (A.S. n.2228) proposto dai radicali, volto a scuotere dal torpore su questo argomento, interessa l'articolo 8 della finanziaria:
  • All'articolo 68 della legge del 7 marzo 2005, n. 82 e successive modificazioni ,al comma 1 sostituire la lettera d) con il seguente: "acquisizione di programmi informatici appartenenti alla categoria del software libero o a codice sorgente aperto";
  • all'articolo 68 della legge del 7 marzo 2005, n. 82 e successive modificazioni, dopo il comma 1 inserire il seguente comma 1.bis: "a) La pubblica amministrazione, nella scelta dei programmi per elaboratore elettronico necessari alla propria attività, privilegia programmi appartenenti alla categoria del software libero o, in alternativa, programmi a codice sorgente aperto. In quest'ultimo caso il fornitore deve consentire la modificabilità del codice sorgente, senza costi aggiuntivi per l'amministrazione. La disponibilità del codice sorgente è posta in relazione anche alla opportunità per la pubblica amministrazione di modificare i programmi per elaboratore in modo da adattarli alle proprie esigenze"; b) La pubblica amministrazione che intenda avvalersi di un software non libero deve motivare analiticamente la ragione della scelta".
Emerge un altro risvolto importante circa l'adozione del software libero nelle P.A. La modificabilità del codice sorgente, ovvero la possibilità di "ritagliare" ad hoc i programmi utilizzati. Una possibilità preziosa impensabile nei programmi a codice chiuso e che va colta in seguito alla formazione e valorizzazione di competenze che di per sè sono un valore aggiunto e un patrimonio.
 
Un know-how per il quale varrebbe la pena dirottare i fondi destinati all'acquisto di licenze per un investimento di sicuro più redditizio.
 

[a cura di Benedetto Motisi]

 

La finanziaria liberalizzi l'economia della conoscenza. A partire dal software.

Con una semplificazione grossolana, possiamo dire che ci sono due motivi principali per cui e' più difficile aprire un'industria automobilistica che un panificio. Il primo e' che l'industria automobilistica necessita di un'economia di scala maggiore di quella di un panificio per poter essere sostenibile. Più impiegati, più produzione, più infrastrutture, e quindi maggiori capitali da investire. Il secondo motivo è che l'industria automobilistica necessita di un know-how complesso e di difficile acquisizione. Se per produrre pane si puo' pensare ad un periodo di apprendimento, per una industria automobilistica e' praticamente impossibile cominciare da zero.

La Rete e l'avvento dell'era digitale hanno consentito all'economia della conoscenza di diventare uno dei fattori trainanti dei paesi sviluppati, innanzitutto grazie all'abbattimento di molti fattori di scala. Nel digitale, le spese di distribuzione e di immagazzinamento si riducono. L'automazione è alta. È possibile rivolgersi alla totalità degli utenti Internet senza dover fare enormi investimenti per la distribuzione, e senza la necessità di richiedere burocratiche licenze. Si mette in rete il proprio server ed è fatta. Un'idea innovativa ha la possibilità di tentare in poco tempo la via del mercato. La rete è quindi un bene comune, un commons per usare l'espressione del visionario Lawrence Lessig, che consente innovazione ed impresa con dei vincoli d'entrata minori e senza il bisogno di autorizzazioni.

E il know-how? Il ruolo di primo piano assunto dall'economia della conoscenza, ha consentito a paesi come gli Stati Uniti che avevano un grosso bagaglio di conoscenza tecnica e scientifica di conquistare un vantaggio competitivo enorme nello sviluppo economico di questi decenni. Allo stesso tempo, sono diversi gli economisti che sostengono che è stata proprio una tutela eccessiva di questo know-how una delle concause della crisi economica e finanziaria di questi anni, nel momento in cui l'indisponibilità della conoscenza e i grossi costi per la sua acquisizione per nuovi soggetti hanno reso sempre più difficile fare innovazione.

Dal costo di acquisizione delle licenze per intraprendere un business fondato sulla distribuzione di prodotti culturali, agli sbarramenti dei brevetti, alla difficoltà di rendere accessibili gli studi svolti dai centri di ricerca nel mondo, siamo quotidianamente immersi in un dibattito epocale alla ricerca di un bilanciamento tra libera condivisione e controllo.

Fortunatamente comincia a far parte del senso comune il fatto che la diffusione e un ampio accesso ai beni culturali come la musica o la letteratura dia notevoli benefici alla società e alla stessa economia. Allo stesso tempo le piattaforme per rendere liberamente fruibili i risultati della ricerca sono sempre di più e sempre più autorevoli. Ma raramente si considera che l'innovazione digitale si fonda su una infrastruttura imprescindibile, il software, la cui complessità tende a creare posizioni di monopolio se unita alla chiusura, cioè all'impossibilità di visionarne il codice, di apportare modifiche e poi di riutilizzare lo stesso software per altri scopi o iniziative.

Ma esistono codici, quelli appartenenti alla categoria del software libero, che consentono di effettuare tutte queste attività, diventando così allo stesso tempo una infrastruttura libera e un libero know-how.

Per capire quando sia fondamentale il software libero per l'ecosistema tecnologico, basti pensare che la stessa Internet ha preso forma ed è tenuta in piedi proprio dal software libero. Dai sistemi per far funzionare i siti web, a quelli per indirizzare la posta, dal linguaggio per elaborare il testo in modo efficiente all'infrastruttura che fa funzionare i server, il software libero è stato il seme ed ora è il cuore di Internet.

E non è un caso. Le più grandi innovazioni spesso provengono da nuove imprese meno afflitte dal "dilemma dell'innovatore" che quindi tendono ad sfruttare il software libero perchè si tratta know-how e infrastruttura disponibile a basso costo e liberamente adattabile.

E costituisce una opportunità anche per i grandi. Ad esempio da Linux nasce Android, il sistema operativo per cellulari, tablet e altri sistemi embedded che ha permesso di sviluppare un proprio sistema anche ad aziende che certo non avevano il know-how di Apple o di Microsoft nel comparto sistemi operativi.

Tutto questo dimostra che l'esistenza di un vivo ecosistema di software libero, liberalizza il mercato dell'IT, rendendo difficili posizioni di monopolio. Questa da sola è una ragione più che sufficiente affinchè istituzioni e pubbliche amministrazioni ne incentivino l'utilizzo.

Ed è per questo motivo che i radicali con la collaborazione di Agorà Digitale e di alcuni soci dell'Associazione Software Libero, hanno presentato nei giorni scorsi un emendamento alla finanziaria affinchè la pubblica amministrazione investa preferenzialmente in software libero. Infatti, nonostante gli enormi tagli degli ultimi anni che hanno portato il nostro paese nelle ultime posizioni per investimenti in Information Technology (IT), la spesa pubblica in questo comparto è di quasi 3 miliardi di euro sui 18 miliardi del valore complessivo del mercato. Una fetta considerevole che proprio in questo momento di crisi, è necessario investire nello sviluppo di questo commons, il software libero, di cui tutta l'economia del paese potrebbe beneficiare.

Questo è il momento di investire in software libero, perchè la proliferazione di sistemi software chiusi, rischia continuamente di trasformare il panorama digitale che conosciamo in qualcosa di più simile ad una TV.

Questo è il momento di investire in software libero perchè man mano che la società e la macchina amministrativa si digitalizzano, poter accedere a come si comportano i sistemi informatici sarà fondamentale come storicamente lo è stato il diritto di poter assistere allo spoglio elettorale in un seggio, di partecipare alle sedute del consiglio comunale o di accedere agli atti interni delle istituzioni.

Questo è il momento di investire perchè si tratta dell'ecosistema ideale su cui far prosperare una economia degli Open Data, cioè delle informazioni della pubblica amministrazione (dall'attività e i redditi degli eletti fino alle informazioni sulla qualità delle scuole) finalmente rese disponibili creando trasparenza e opportunità di fare impresa su quei dati.

Ma siccome sappiamo quanto è difficile essere lungimiranti e quanto sia necessario poter avere da subito dei risultati, il software libero consente per alcuni software maturi enormi risparmi immediati. Purtroppo la possibilità di una visione d'insieme sui risparmi possibili è limitata dalla difficoltà di avere dati aggiornati, con una situazione che probabilmente si aggraverà  per il ridimensionamento dell'Osservatorio Open Source del DigitPA (ex CNIPA) che ormai consta di un solo impiegato, e che quantomeno in questi anni si era preso l'onere di raccogliere le informazioni disponibili.

Esistono però casi in cui non sono necessarie considerazioni complesse, come l'aggiornamento del personale o la realizzazione di una strategia di medio o lungo termine. Un esempio? Le sole amministrazioni locali spendono ogni anno circa 30 milioni di euro per pagare le licenze di Microsoft Office. Se avete mai provato ad utilizzare Open Office, sapete che si tratta di un prodotto pressocchè identico nelle funzionalità e nell'utilizzo ma del tutto gratuito e libero. Perchè non effettuare la transizione immediatamente? Sciatteria? Con il nostro emendamento cerchiamo anche di evitare queste situazioni.

Ma le esperienze di questi ultimi anni ci consentono di essere ancora più ottimisti. Sono numerosi i casi in Italia e in Europa in cui il passaggio al software libero e all'open source ha consentito enormi risparmi. Dai 7 milioni di euro risparmiati dalla polizia francese, al milione di euro l'anno della provincia di Bolzano. Dai 200 mila euro in un triennio risparmiati a Firenze, all'abbattimento del 45% delle spese da parte dello stato di Rio Grande do Sul in Brasie, dai 26 milioni stimati dal Ministero delle Finanze finlandese, non si contano più le istituzioni, le provincie, i comuni e che mostrano bilanci in attivo grazie ad una adozione sistematica e preferenziale di software libero.

 

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Agorà Digitale inizi una campagna di Pirateria della Trasparenza e Civil Hacking

[dal blog di Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale]

Se l'obiettivo è quello di passare dal supplicare trasparenza all'imporre trasparenza, la “pirateria della conoscenza” è possibile con tre strumenti: posta elettronica certifica, firma digitale, e richieste di accesso agli atti.
Questa la proposta che ho appena proposto per una futura iniziativa comune tra Agorà Digitale e Radicali Italiani su radicali.ideascale.com, il forum digitale dove dirigenti e attivisti stanno iniziando a discutendo strategie e prospettive.
La potete anche votare all'indirizzo http://radicali.ideascale.com/a/dtd/43777-9024
Il mio ragionamento parte dagli scogli su cui si è incagliata l'iniziativa radicale sull'anagrafe pubblica degli eletti che hanno reso ancora più evidente la difficoltà radicale di coinvolgere i cittadini senza accesso prolungato all'informazione e poi di fronte agli attriti e all'impenetrabilità stupida del potere. 
Sono segretario di Agorà Digitale, associazione che lotta per affermare libertà individuali attraverso le nuove tecnologie. Ma sono anche un radicale. Quindi so bene che anche la trasformazione tecnologica è soggetta ai meccanismi del potere. Inutile girarci attorno: l'era digitale ci ha promesso una rivoluzione di trasparenza e di partecipazione che non sta arrivando. La Rete ha rivoluzionato i nostri rapporti sociali, il nostro modo di lavorare, il nostro modo di cercare notizie e informazioni. Ma appena si passa dagli individui ai sistemi di potere, la trasparenza, la disintermediazione, la semplicità dei rapporti tipici del mondo digitale, scompaiono, o, se ci sono, sono estremamente selettivi, disinnescati nel loro potere dirompente.
Il nuovo non passera quindi da un potere salvifico di Internet. Passerà forse dall'intelligenza di usare gli strumenti giusti, facendo lotte possibili, con le energie e il tempo che ciascuno di noi ha. Ed è con queste forze reali che possiamo cominciare a strappare documenti e informazioni importantissime dai cassetti degli amministratori e dalle mani dei nominati. Riversandoli nella Rete. Questa sarà la nostra pirateria.
È la ragionevolezza ad imporcelo. È con un atto di pirateria che Rita Bernardini, attraverso uno sciopero della fame faticosissimo, ha permesso di rendere pubbliche le spese segrete del parlamento, svelando a giornali e una parte di opinione pubblica dati sconosciuti e in molti casi “criminali” come li definì Pannella (vedi su: http://servizi.radicalparty.org/freshinstall/cameraspese/tutte )
In concreto gli strumenti che propongo sono tre.

  1. Posta elettronica certificata. Dietro questo nome terribile e tecnicista, c'è la possibilità di trasformare ogni email in una visita agli sportelli delle amministrazioni locali. Di comprimere in pochi istanti, click, le ore passate in fila o rimbalzato da un ufficio all'altro e a inseguire orari impossibili. Uno strumento pensato dall'amministrazione soprattutto per rendere la macchina burocratica più leggera (speriamo), ma che, quasi involontariamente, diventa il luogo dove ci possiamo infilare per esigere trasparenza e legalità.
  2. Sono numerosi i fogli da firmare quando ci si reca allo sportello. Perciò il secondo strumento di cui ci dobbiamo dotare è quello della firma digitale. Un apparecchio che collegato ad un computer permette di sottoscrivere documenti con pochi passi, alla velocità di un “Mi piace”, per quanti conoscono Facebook. Ma con un valore del tutto equivalente a quello di una firma autografa. La posta elettronica certificata, e ancora di più la firma digitale sono poco diffusi e di difficile reperimento. Ma con poche decine di euro, a meno della metà del costo di mercato, Radicali Italiani e Agorà Digitale hanno la possibilità di fornire ad ogni attivista questo piccolo ma sostanziale equipaggiamento tecnologico.
  3. L'“accesso agli atti”, lo strumento legale tramite il quale è possibile per un cittadino richiedere all'amministrazione pubblica documenti che legittimamente ritiene di essere interessato a conoscere. Strumento quasi inutilizzato per la burocrazia e la non conoscenza che lo circonda.

Per una email certificata con in allegato una richiesta firmata digitalmente di accesso agli atti ci vogliono pochi minuti. La nostra pirateria sarà quella di prenderci i documenti e i dati con cui ci sarà risposto e di renderli pubblici. E di denunciare per inadempienza la pubblica amministrazione in tutti i casi in cui questa non risponda. Anche con azioni collettive.
A quali informazioni possiamo accedere?
Solo per fare qualche esempio.

  1. A tutte le informazioni ambientali e con quelle documentare gli scempi sul territorio.
  2. Alle spese patrimoniali, ai redditi e alle spese elettorali dei consiglieri comunali, provinciali e regionali.
  3. A tutti gli iscritti alle liste elettorali, cioè dei cittadini che hanno diritto al voto.

Ma sta ai cittadini, agli attivisti ed ai dirigenti radicali, comprendere le priorità e la forma per poterci accedere.
Sembra complesso, come si può fare?
La gestione dei riferimenti di legge è ostica anche per i radicali di maggiore esperienza. Per questo è necessario che Radicali Italiani e Agorà Digitale forniscano delle procedure facilitate che permettano a chiunque di procurarsi con poche decine di euro posta elettronica certificata e firma digitale, e di realizzare in pochi click i documenti per le nostre visite “virtuali” agli uffici comunali.
Come valorizzare questa lotta?
Le strade possibili sono limitate solo dalla fantasia. Si chiama civil hacking la capacità di utilizzare le tecnologie per rendere i dati intuitivi e fruibili. Starà ai cittadini, agli attivisti, ad Agorà Digitale e Radicali Italiani saperli utilizzare in modo efficace.
 

Sconfitti, ed evidentemente incapaci di raccontare al Paese (e a noi stessi) cosa sta succedendo al web che si chiude

Potrei, a testa bassa, commentare la cronaca dell'ennesima battaglia persa. Rischiando di apparire poco più di un reporter, fare il punto su quanto si rafforza il progetto di imbrigliare la rivoluzione di Internet con l'approvazione del Rapporto Gallo  (lo so, non hai idea di cosa sia, è normale, se ti interessa leggi qui). Oppure potrei cercare di indossare i panni del critico ricalcando i titoli di chi scrive di una "vittoria degli integralisti", come l'instancabile Paolo Brini di Scambio Etico, o chi si pone l'interrogativo "Good bye, free Internet?".

Ma oggi non riesco neppure a cominciare. Bloccato dal pensiero che in fondo con chi comunico, se stiamo parlando di un documento di cui sono a conoscenza alcune decine o forse centinaia di persone in tutta Italia?

Seriamente, siamo sicuri che l'approvazione di questo rapporto sia importante per la società? E, se è così, perchè non riusciamo a far percepire l'urgenza ad altri fuori dalla solita cerchia?

È nota la difficoltà di far parlare l'informazione mainstream non solo di gadget, e se cercate "Rapporto Gallo" su Google News, troverete due articoli di Paolo su Scambio Etico, un pezzo Punto Informatico e un comunicato dell'AGI. Nient'altro.

Ma l'estrema difficoltà si assapora soltanto constatando come nulla di più si trovi nella blogosfera cercando su Blogbabel o Google blog search, O ancora, facendo una rapida ricerca nella mia casella di posta elettronica, che pure sono iscritto a molte mailing list che discutono proprio di libertà digitali: nell'ultimo mese trovo solo 7 messaggi, inviati sempre da Paolo o comunque che si riferiscono a quanto da lui scritto.

Più di ogni altra riflessione mi inquieta quindi questo deserto civile.

È possibile che si riesca a mettere in piedi una battaglia per i diritti digitali solo inserirendosi nelle lotte dei grossi gruppi di potere, come successo quando Repubblica si è presa sulle spalle anche la battaglia contro bavaglio ai blog? O che sia necessario semplificare e spettacolarizzare il messaggio come ricordo sosteneva Luca Neri che commentava alla scorsa festa dei Pirati  "il problema di questa comunità è che parla di cose complicate come il trattato ACTA"?

Forse, anche se io sempre più mi convinco che dietro a tutto questo c'è la mancanza di un racconto condiviso di come la rivoluzione digitale si intrecci con le libertà e con una società aperta. Questo ci manca prima ancora della possibilità di discuterne con il paese.

Se ne parla spesso incontrando amici blogger, o compagni in Agorà Digitale, che semplicemente vorrebbero sentirsi meno alieni. E certo, cominciare ad essere circondati da un numero cospicuo da compagni di lotta.

 

1200 a sostegno di Maroni sul file sharing. Chiesto un confronto con SIAE, FIMI e Confindustria.

Dichiarazione di Luca Nicotra, segretario dell'Associazione Agorà Digitale

Chiediamo un confronto pubblico sui i dati sul file sharing da cui partono le critiche al Ministro Maroni da parte di FIMI e Confindustria Cultura e su cui si fonda la posizione della SIAE.
Sono oltre 1200 le sottoscrizioni alla lettera aperta al Ministro Maroni, promossa da parlamentari di entrambi gli schieramenti, associazioni consumatori, economisti ed esperti di nuove tecnologie

 

Al Ministro dell'Interno, Roberto Maroni
Al Presidente di Confindustria Cultura Italia, Paolo Ferrari
Al Presidente della FIMI, Enzo Mazza
Al Presidente della SIAE, Giorgio Assumma
e p.c. agli organi di informazione
e p.c. agli aderenti della lettera aperta al Ministro Roberto Maroni
 
Rispetto alla critica rivolta al Ministro Maroni dalla Federazione Industria Musicale Italiana e da Confindustria Cultura, e all'invito di questi ad un ”approfondimento su materie molto delicate per la vita materiale di tante persone”, proponiamo ad entrambi un confronto pubblico, che coinvolga esperti della rete e dell'industria culturale, in cui si cerchi di analizzare in modo trasparente ed interdisciplinare l'impatto della pirateria sull'economia e sulla società, in particolare relativamente ai dati forniti dallo studio Bascap/Tera su cui si fondano le suddette critiche al Ministro e la posizione della Società Italiana degli Autori ed Editori.

Sulla metodologia dello studio vi sono numerose zone d'ombra. Altre analisi portano a conclusioni molto diverse, come quella del Social Science Research Council (SSRC) americano, oppure quella quella pubblicata pochi giorni fa dal Government Accountability Office (GAO), la sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti. Sullo stesso registro moltissimi gli studi, come ad esempio quello commissionato dal Governo canadese "L'incidence du téléchargement de musique et du partage de fichiers poste à poste sur les ventes de musique" o quello della Harvard Business School "The effect of file sharing on record sales".

Appare strano, inoltre, che Confindustria Cultura citi l'indagine conoscitiva dell'Autorità per le Garanzie delle Telecomunicazioni (AGCom), nella quale però si evidenzia come la pirateria non commerciale nella gran parte dei casi beneficia il mercato e come misure repressive contro questo fenomeno siano inutili e dannose.

La stessa AGCom, da noi contattata, conferma che non sono state avviate e non sono previste altre indagini, come invece sembra indicare il comunicato di Confindustria Cultura.

Sono oltre 1200 le sottoscrizioni di persone e soggetti che hanno aderito alla lettera aperta indirizzata al Ministro Maroni, aggiungendosi ai primi 27 firmatari (parlamentari di entrambi gli schieramenti, docenti universitari, avvocati esperti di diritto delle nuove tecnologie, associazioni consumatori, gruppi di ricerca).
Sul sito www.agoradigitale.org sarà possibile leggere la lista aggiornata dei firmatari della lettera aperta al Ministro dell'Interno Roberto Maroni affinché consideri l'incontro da noi proposto per avviare una eventuale iniziativa a sostegno di una revisione della tutela del diritto d'autore e della relativa remunerazione, in linea con la realtà attuale delle tecnologie digitali, che eviti la criminalizzazione del file sharing senza scopo di lucro.

Tra quanto hanno aggiunto la loro adesione, vi sono giornalisti di testate nazionali, sindaci, amministratori di aziende dell'industria dell'ITC, artisti, e addirittura sezioni territoriali del partito del Ministro.

È evidente la sensibilità diffusa al problema sollevato dalla lettera aperta, nonostante il ritardo del nostro paese nel campo delle nuove tecnologie.

Trattato ACTA finalmente pubblico, una prima vittoria ma molte le questioni aperte

http://www.mikejr1.es/portal/images/stories/images/anti_acta.jpg

Da circa un'ora è stato messo online dalla Commissione Europea un draft (qui il PDF) dell'Anti-Counterfeiting Trade, il temuto accordo internazionale (fino ad ora mai pubblicato ufficialmente) che rischia di restringere ulteriormente le libertà in Rete e per rendere pubblico il quale anche Agorà Digitale era intevenuta con una interrogazione presentata dal Senatore Marco Perduca. Leggendo il draft ci si accorge che sono ancora aperte numerosissime possibilità (identificate con delle parentesi quadre), e questo renderà complessa l'analisi del documento, a cui si può prendere parte in questo workspace.

Per ora ci si può associale alle affermazioni di Jérémie Zimmermann, co-fondatore di La Quadrature du Net,

"questa pubblicazione mostra quanto efficacie può essere una forte mobilitazione di cittadini in tutto il mondo. Le indiscrezioni avevano mostrato che ACTA poteva ostacolare la libertà d'espressione, l'accesso alle medicine e l'innovazione nella società della conoscenza globale. Questa pubblicazione ufficiale ci indica che in effetti è così. Dobbiamo fermamente rifiutare che dei rappresentanti non eletti possano per conto loro ideare delle politiche che hanno un impatto così critico su elementi così fondamentali per la società"

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